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Approfondita riflessione di Francesco Fistetti, Consigliere Prov/le di Oria, sul rapporto tra cultura ed economia.


L’inaugurazione del nuovo anno accademico dell’Università del Salento presso il teatro Verdi di Brindisi costituisce l’occasione forse più propizia per avviare da parte delle nostre classi dirigenti una riflessione approfondita sul rapporto tra cultura ed economia e, quindi, sul ruolo che l’Università può svolgere nella prospettiva di uno sviluppo virtuoso dei nostri territori. Finora una riflessione vera e propria su questa problematica cruciale è mancata ed è anche per questa ragione che scontiamo dei ritardi nella costruzione di un nostro modo di essere – chi siamo e che cosa facciamo – all’interno di una regione come la Puglia caratterizzata da una molteplicità di vocazioni produttive e culturali. Senza dubbio, bene ha fatto nel suo intervento il sindaco Mennitti a ricordare che finalmente a Brindisi l’Università è una realtà, “non è più un’aspirazione, non esercita una presenza risicata e periferica, non è un pennacchio per sentirsi importanti”. Ma se questo è un dato di fatto inoppugnabile, in primo luogo non bisogna nascondersi che attualmente l’Università sta attraversando un processo tumultuoso di trasformazione, al termine del quale non è improbabile che tutte, o quasi tutte, le sedi decentrate saranno destinate a chiudere. Infatti, i provvedimenti della cosiddetta riforma Gelmini – in particolare, la 133 del 2008 e altri in discussione al Senato – stanno assestando un colpo mortale all’assetto pubblico del nostro sistema universitario, che pur abbisogna di un radicale rinnovamento dei suoi statuti organizzativi e didattici. Per esempio, in questi ultimi anni, con l’introduzione del modello 3+2 (laurea di base triennale e biennio della specialistica), il numero delle discipline insegnate era cresciuto patologicamente a dismisura, per cui si rendono necessari uno sfoltimento e una semplicazione. Così pure, occorrono standard rigorosi di valutazione della qualità della didattica, dei risultati della ricerca, della selezione del corpo docente. Tuttavia, la strada imboccata dalla Gelmini è un’altra: da un lato ridurre drasticamente i fondi, dall’altro spingere il sistema della formazione universitaria fuori dall’ambito pubblico e ricollocarla nel privato. In questa logica, i consigli di amministrazione degli atenei saranno aperti alle aziende e ai privati in generale. Nulla di scandaloso, beninteso. Ma se didattica, formazione e programmi di ricerca saranno materia di decisione dei consigli di amministrazione così ridefiniti, siamo in presenza di una svolta epocale. Intanto, all’interno di questa transizione che non sappiamo quanto tempo durerà, noi, a Brindisi, dove abbiamo dei pezzi importanti di università – di Lecce e di Bari -, che cosa possiamo fare? Qui il senso di responsabilità delle classi dirigenti (ceto politico, imprenditori, sindacati, associazioni di categoria) deve prevalere sui campanilismi e i municipalismi. Bisognerà partire da alcune domande-chiave: quale università vogliamo? Oppure: per che cosa, per innescare quali processi di sviluppo? Quale dovrebbe essere la sua “mission” in un territorio come il nostro che ha determinate caratteristiche e non altre? Anzitutto, ammesso che le sedi decentrate sopravvivano ai criteri iugulatori imposti dalla riforma in atto, primo tra i quali un numero molto alto di professori garanti (almeno 12 per le lauree triennali), resta da risolvere il problema centrale. Che è quello di creare un’offerta formativa non dispersiva e frammentata, ma internamente coerente attorno ad un progetto specifico, con cui costruire un modello di sviluppo innovativo e qualitativamente adeguato. Così, se Brindisi vuol essere al contempo una città d’acqua e una città d’arte, dovrà essere conseguente, nel senso di puntare sulla vocazione del turismo con una messa in valore imprenditoriale dei beni enogastronomici (in una con l’appena costituito distretto agroalimentare) e soprattutto dei beni (e delle attività) culturali, ma contestualmente puntare sulle infrastrutture di terra (Alta Velocità), quelle relative ai collegamenti interportuali e l’industria collegata (il Distretto nautico) e quelle di cielo (il potenziamento della rete aerea). Come pure, non possiamo rinunciare al patrimonio industriale consolidatosi negli anni. Anche a questo riguardo, abbiamo bisogno di istituire una connessione sinergica tra il ragguardevole “know how” di cui disponiamo – cittadella della ricerca, distretto aeronautico, polo chimico – e il sistema delle imprese, specie quelle che possono ulteriormente essere alimentate da “fall-out” scientifico e tecnologico (in campo biomedico e nel monitoraggio dell’inquinamento dell’ambiente). Abbiamo bisogno, dunque, di rimodulare l’offerta formativa dei nostri pezzi di università, riorientandone gli assi strategici e di ricerca. Senza perdere tempo e con la consapevolezza che dobbiamo lavorare sodo, se non vogliamo che il divario tra Nord e Sud continui ad aggravarsi e se vogliamo rispondere alle sfide della globalizzazione.
Prof. Francesco Fistetti, Consigliere Provinciale

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